AppenaInTempo

Il nuovo blog di Gianluca Ruggeri

Il romatico e il disfattista (racconto di Natale)

In una fredda mattina di un inverno particolarmente rigido, il romantico si trovava a passeggiare per la strada principale della sua città. Aveva in mano cinque o sei buste piene di regali e qualcosa mi dice che non aveva ancora finito di effettuare acquisti, vista la sua andatura lenta e rilassata accompagnata da sguardi interessati verso ogni vetrina addobbata con suoni, luci, Babbi Natale e pupazzi di neve in stoffa per attirare il maggior numero possibile di clienti.
Sembrava che la vita frenetica della metropoli non lo scalfisse minimamente. Il percorso ad ostacoli di gente che correva a destra e a sinistra per raggiungere il posto di lavoro o per completare gli acquisti natalizi nel minor tempo possibile, i clacson impazziti e il traffico non lo turbavano affatto, poiché in quei giorni di metà dicembre tutto questo era normale. La sua andatura continuava ad essere costante, lenta, pacifica e rassicurante. Aveva un sorriso per tutti quelli che volontariamente o meno incrociavano il suo sguardo ed in tasca sempre qualche centesimo da dare a quanti, meno fortunati di lui, si trovavano ad elemosinare al freddo sui marciapiedi tra l’indifferenza generale. Se in qualche negozio doveva aspettare cinque minuti in più per farsi servire da questa o quella commessa o per farsi impacchettare i regali appena comprati, lo faceva senza sbuffare e senza guardare l’orologio ogni minuto. Approfittava di quella attesa per volgere ancora un po’ lo sguardo intorno, consapevole del fatto che prima o poi sarebbe arrivato il suo turno.
Questo signore generoso e sorridente aveva un amico, totalmente diverso da lui. Si erano conosciuti una decina di anni prima durante una vacanza in Inghilterra. Da subito entrambi capirono di essere l’uno l’opposto dell’altro. Il romantico amava soffermarsi a guardare il mare agitato anche se la temperatura esterna suggeriva di entrare in una qualche caffetteria e sedersi ad un tavolino a bere una cioccolata calda; al contrario il suo amico, disfattista per natura, non perdeva mai l’occasione per criticare le scelte dell’altro, brontolando e dicendo che se fosse stato per lui sarebbe rimasto in albergo a guardare la televisione oppure a finire qualche lavoro arretrato con il suo computer portatile. Per il disfattista non c’era alcunché di interessante nel restare fermi immobili al freddo ad osservare una barca a vela che sfidava le gelide onde oppure un faro che illuminava le buie scogliere. Tanto valeva entrare direttamente nella caffetteria ed ordinare un caldo caffè doppio, per non rischiare di addormentarsi poi davanti alla televisione o peggio ancora di non riuscire a rimettersi al lavoro. “Tutta colpa sua” pensava il disfattista guardando l’amico romantico che con un’espressione beata si godeva l’ultimo goccio di cioccolata calda. “Tutta colpa sua se ho perso un pomeriggio intero per un’ inutile passeggiata al porto!”. La verità era che anche se non lo dava a vedere, a volte si sentiva un po’ solo e sapere che poteva passare qualche ora in compagnia di un amico, lo faceva stare meglio. L’idea di distrarsi e concedersi una pausa inaspettata, anche facendo cose che lui mai da solo avrebbe fatto, lo persuadeva spesso a lasciarsi coinvolgere, perché sapeva che dopo, sicuramente più rilassato, si sarebbe concentrato meglio e avrebbe potuto finire ciò che, seppur senza troppa convinzione, aveva lasciato a metà.
In quella fredda mattina di dicembre, a meno di dieci giorni dal Natale, il disfattista non si sarebbe mai sognato di uscire di casa, inoltrarsi per quelle strade caotiche nelle quali era impossibile passeggiare senza urtare contro qualche persona o contro le buste che tutti portavano in mano.
E allora perché si trovava alla undici di mattina sul marciapiede a schivare già i primi passanti impazziti?
Il motivo era semplicissimo. Doveva recarsi in edicola a comprare l’ultimo numero dell’anno della sua rivista preferita, una pubblicazione mensile che trattava di economia, banche, segreti e suggerimenti per meglio capire gli imperscrutabili meccanismi del mondo finanziario. Come è facile intuire, il romantico trovava questi argomenti completamente privi di interesse.
Il disfattista camminava a testa bassa, passo svelto e mani incrociate dietro la schiena. I negozi per lui erano inesistenti, le luci delle vetrine uno spreco di energia, i suoni e gli addobbi natalizi una insensata perdita di tempo. Non poteva evitare di porsi sempre la stessa domanda: “Che senso ha prendere ogni anno scatoloni pieni di cianfrusaglie, spargerle per tutta casa, fare l’albero di natale, mettere lucette e altre simili diavolerie in ogni dove per poco più di venti giorni e poi riprendere gli scatoloni e riporvi tutto dentro un’altra volta?”.
Lui il suo tempo lo utilizzava sicuramente in maniera migliore! Niente scatoloni per casa, niente addobbi, niente albero di natale. Niente di niente. Se Natale doveva essere, non era di certo in casa sua che questa atmosfera si sarebbe respirata.

Il romantico, al contrario, credeva molto in questa Festività. Era un’occasione per stare insieme alle persone più care, per radunarsi in questa o in quella casa per scambiarsi regali, giocare a carte o a tombola, per avere qualche ora in più da spendere con chi, per un motivo o per un altro, non si ha modo di vedere spesso durante l’anno e recuperare così, tra gustosi dolciumi, un po’ di tempo perduto.
Il disfattista non voleva incontrare nessuno durante il Natale. Non aveva regali da donare e non aveva pensieri da ricevere. Tutti i suoi appuntamenti erano rinviati a gennaio e una sorta di coprifuoco vigeva a casa sua durante quei giorni di puro caos.
Avvolto nel suo cappotto grigio di cachemire, il disfattista aveva appena comprato la sua rivista e tenendola stretta sotto il braccio destro, stava per fare rientro a casa quando si sentì chiamare. Una voce alle sue spalle che scandiva il suo nome. Raggelò. Come se non facesse già abbastanza freddo! Pensò: “Speriamo non sia nessuno che voglia farmi gli auguri di Natale”.
Si voltò con cautela, con aria sospettosa. Appena si rese conto che si trattava del suo amico romantico, trasalì. Era il suo opposto è vero ma con lui in fondo si trovava bene. In quel momento però e specialmente in quel periodo dell’anno rappresentava comunque una fonte di pericolosa e imprevedibile distrazione.
Sotto Natale infatti anche un incontro con un amico poteva rivelarsi deleterio, non voleva assolutamente farsi coinvolgere dalle strane idee di quel signore sorridente che magari avrebbe tentato da lì a poco di trascinarlo con sé in casa di qualche persona per giocare a tombola.
“Ciao, che ci fai in giro con questa confusione?” chiese il romantico, aggiungendo “Credevo fossi barricato in casa”. Rispose il disfattista “In effetti la mia intenzione era quella ma dovevo comprare una rivista e sono dovuto uscire per forza”. Credo di sapere cosa stesse pensando mentre pronunciava quelle parole. Se avesse ritardato l’uscita solo di qualche minuto forse non avrebbe incontrato il romantico ed ora starebbe già nuovamente a casa, sulla sua comoda poltrona di pelle beige, immerso nella sua piacevolissima lettura.
Il destino a volte però gioca brutti scherzi, ormai era lì a parlare con il suo amico e quello che doveva fare era solamente cercare di sbrigare la pratica nel più breve tempo possibile e salutarlo prima di ricevere un qualsiasi tipo invito.
“Cosa farai a Natale?” gli chiese il romantico “Niente di particolare” rispose il disfattista. “Io ho già un mare di inviti, devo solamente cercare di accontentare tutti senza dimenticarmi di nessuno. Volevo anche organizzare una cena a casa mia ma temo di non fare in tempo, però se dovessi riuscirci ti chiamo.”
“Lo sapevo” pensò il disfattista “ecco il primo invito che prende forma” Il romantico vedendo l’amico aggrottare le sopracciglia gli domandò sorridente “A cosa stai pensando? Non dirmi che hai intenzione di accettare!”
“Io… veramente no. Cioè, stavo pensando che avrò molto da fare in quei giorni, forse parto, vado a trovare un mio amico in Francia, è un vecchio collega che vive a Rouen, passerò lì due o tre giorni, devo solo decidere quando partire.”
Sapendo che l’amico disfattista non avrebbe mai accettato, il romantico non volle insistere ma lo invitò a bere qualcosa al bar. Dopo circa due minuti di contrattazioni riuscì a convincerlo e si trovarono presto al caldo di un locale con le pareti interne rivestite di legno ed impregnate di un piacevolissimo aroma di caffè.

Il disfattista, che ormai si vedeva costretto a perdere ore preziose di sana lettura, ordinò rassegnato il solito caffè doppio, mentre il romantico scelse di scaldarsi con un bicchiere di caffelatte accompagnato da un cornetto alla crema, giusto per aggiungere un altro po’ di dolce alla sua mattina già decisamente piacevole.
“Secondo me tu sei un po’ matto” esordì il disfattista osservando tutte le buste piene di regali che l’amico aveva poggiato per terra. “Sono le undici del mattino e hai già comprato tutta questa roba. Ti sei svegliato all’alba per fare acquisti?”. “No” rispose il romantico “All’alba ancora dormivo, ma è dalle nove che sono in giro, credevo mi ci volesse di più e invece in quasi due ore ho comprato tutto quello che cercavo. Ora arriva la parte più bella, dare ad ognuno il suo regalo.” Su questa ultima affermazione il disfattista non era assolutamente d’accordo. Poteva anche capire che comprare i regali potesse arrecare una certa felicità, un po’ come era per lui acquistare le sue riviste preferite, ma andare di casa in casa per consegnare i regali, abbuffarsi di pandori e torroni ad ogni visita, ricevere a sua volta altri regali per lo più inutili, non poteva certo essere classificata tra le attività più piacevoli e rilassanti in quel periodo dell’anno. Neanche lui ricordava più l’ultima volta che l’aveva fatto, dieci o più anni erano trascorsi e in tutto questo tempo mai un Natale in cui avesse provato una qualche sorta di minima nostalgia per quei momenti di sana condivisione dai quali lui si sarebbe già dissociato, se avesse potuto, sin dal suo primo Natale quando, molto probabilmente, il suo viso innocente era stato avvicinato da quello di anziane signore con sorrisi improbabili che, nell’intento di spupazzarlo, l’avevano anche baciato senza il suo consenso!
“Ti vedo assorto in strani pensieri” disse il romantico che aggiunse “Hai un’espressione quasi schifata, il caffè è amaro?”.
Il disfattista tornò di colpo alla più piacevole realtà “Cosa? No. Il caffè è buono, pensavo a qualche Natale fa, diciamo che per fortuna ora non c’è più chi mi bacia sulle guance a tradimento!”
Il romantico non volle approfondire e cercò di spostare nuovamente la conversazione sull’argomento del giorno, quello di cui tutti parlano, per il quale le strade sono piene di gente che fa avanti e indietro da un negozio all’altro e che si sente più buona solamente perché è Natale.
“Tu hai comprato qualche regalo?”
“No. Nessun regalo. Lo sai che trovo inutile scambiarsi regali e poi in questo periodo con tutta la confusione che c’è in giro, la cosa più saggia da fare è rimanere a casa aspettando gennaio”.
L’amico romantico aveva idee totalmente opposte, rispettava il punto di vista dell’amico disfattista, ma tentò un’ultima volta di convincerlo intavolando un discorso che durò almeno un buon quarto d’ora.
Sapeva infatti che nonostante quella maschera da duro, anche il disfattista era stato bambino e seppur non volesse ammetterlo, anche a lui avrà fatto sicuramente piacere ricevere regali da piccolo e sicuramente anche dopo.
Non riusciva a credere che quell’atmosfera di festa, quel procedere disordinato e rumoroso della pazza folla verso vetrine addobbate, le strade illuminate, la gente che a volte tira fuori un sorriso in più lasciandosi coinvolgere da tutto ciò che il Natale comporta, con la musica agli angoli delle strade, finti zampognari che cercano di racimolare qualche euro e con tutte le contraddizioni sociali che ci fanno riflettere quando vediamo una signora, piena di buste recanti il nome di grandi marche, salire a bordo di una lussuosa automobile e accanto a lei, seduta sul marciapiede una donna vestita di stracci e costretta in strada con i suoi bambini a chiedere l’elemosina, non lo scalfisse minimamente. Questo è il Natale e parlando ancora di semplici pensieri o di regali non troppo impegnativi, di sorprese che possono strappare dalla bocca di un bambino un sorriso inaspettato o dalle braccia di una madre un abbraccio sincero ed un “grazie” pieno di riconoscenza, cercò di fare breccia nel cuore dell’amico disfattista. Il Natale, disse, è anche ipocrisia. Diventa finzione quando tutti fanno finta di volersi bene, quando gli abbracci e i baci di Giuda si sprecano nelle case di tutto il mondo. Lo spirito di questa Festa consiste nel tentare di far sì che tutti i buoni propositi siano mantenuti nel corso dei mesi successivi, degli anni successivi, per evitare che l’indifferenza quotidiana si tramuti in generosità solamente per un giorno. Il senso del Natale è che quei piccoli doni siano una promessa per dire alle persone care “io ci sarò sempre”.
Il romantico parlò con il cuore in mano, sentiva sorgere dal profondo ogni singola parola che pronunciava.
Lo fece per lui, per il suo amico disfattista, perché era convinto che dietro a quell’aria seria, severa ed imperscrutabile vi era un uomo dal cuore potenzialmente generoso che la vita aveva indurito, ma che anche una piccola emozione sincera poteva da un momento all’altro rendere leggermente più morbido.
Lui, il romantico, sapeva come godersi le Feste in compagnia e avrebbe voluto che anche il suo amico burbero potesse in qualche modo aprirsi a quell’atmosfera festosa. Non lo avrebbe mai immaginato con le mani piene di buste di regali mentre bussa ad una porta e, abbracciato e baciato da più persone, esplode in un fragoroso “Auguri!”. Lo avrebbe però voluto immaginare meno solo, o comunque, nella sua solitudine con un sorriso in più.
“Lo so ti ho annoiato, ho parlato solo io”.
“Ti conosco ormai” rispose il disfattista “Ti ho lasciato parlare perché vedevo che a questa Festa ci credi veramente. Rispetto le tue opinioni e ti auguro davvero di ricevere regali con lo stesso spirito con il quale tu li fai. Ora devo andare, è tardissimo. Devo leggere la rivista e finire una relazione prima di pensare al mio viaggio”.
“Hai ragione, ho parlato troppo e il tempo è volato, ma quando si sta in buona compagnia succede sempre così”.
Il disfattista volle pagare il conto e disse all’amico romantico che insisteva per offrire: “Prendilo come il mio regalo di Natale”. Accennò ad un sorriso mentre pronunciava queste parole non senza ironia.
Uscirono dal bar. Faceva freddo, il cielo era di uno strano colore grigio chiaro, qualche fiocco di neve era iniziato a cadere. I due amici fecero pochi passi nella stessa direzione poi ognuno si incamminò verso la meta prescelta. Il romantico si ricordò che aveva ancora un regalo da comprare e andò a piedi verso la profumeria di fronte mentre il disfattista prese la direzione di casa. Si salutarono.
Uscendo dopo pochi minuti dalla profumeria con un’altra busta, il romantico si avvicinò alla fermata dell’autobus vicina al punto in cui si era salutato con il suo amico e gli parve di vedere un signore avvolto in un cappotto di cachemire grigio uscire da un negozio di giocattoli con due buste in mano. Era incredulo, aumentò il passo e quando ebbe la certezza che dietro a quel cappotto si celava il suo amico, accennò un sorriso di approvazione misto a soddisfazione. “Il Natale a volte fa miracoli” pensò. Poi senza farsi vedere attraversò e prese la strada di casa.

Il disfattista, inconsapevole di essere stato notato, uscì dal negozio di giocattoli e aprendo le due buste, vi sbirciò all’interno quasi per essere sicuro di aver acquistato gli articoli giusti. Una conteneva un modellino di un’automobile, di quelle che bisogna trascinare all’indietro per poi lasciarle partire a tutta velocità, nell’altra c’era una bambola dai lunghi capelli biondi, alta circa venti centimetri, con un vestitino rosa abbellito da perline argentate. Sembrava imbarazzato e non si sentiva per niente a suo agio. All’angolo della strada, a circa cento metri dal portone di casa, c’era una ragazza che poteva avere al massimo venticinque anni. Stava sempre lì, aiutava qualche volta i negozianti della zona a spazzare le foglie degli alberi cadute davanti alle loro vetrine, cercando di guadagnare così qualche euro per andare avanti. Si diceva avesse perso il lavoro da più di un anno, era sola, la gente del quartiere la conosceva e come poteva la aiutava, ma in quei giorni di frenetici acquisti tutti sembravano essersi dimenticati di lei. In realtà il disfattista cercava, quando poteva, di non passarle davanti per non incrociare il suo sguardo né quello dei suoi bambini che a volte portava con sé. Quando invece sovrappensiero le passava vicino, raramente la guardava e, allungando il passo, la superava come se non ci fosse stato nessuno lungo il suo cammino.
Vedendola provò un grande imbarazzo. Si girò intorno per vedere se qualcuno di sua conoscenza fosse nei paraggi, la neve continuava a cadere e facendosi coraggio si avvicinò alla ragazza. Rallentò il passo e lei, quasi incredula lo guardò. Lui tirò fuori dalla tasca del suo cappotto una banconota da venti euro, lei timidamente gli si avvicinò allungando la mano con grande incertezza, non sapendo ancora se quei soldi fossero per lei. Lui le diede la banconota, poi, vedendo che i suoi bambini, un maschietto di circa otto anni ed una femminuccia di circa sei, si erano avvicinati incuriositi da quell’inedito gesto, diede ad ognuno la propria busta. Non si lasciò andare in gesti palesi, non accennò ad una carezza sulle loro teste o ad una stretta di mano ma si limitò a dire “Auguri, passate un felice Natale”.
Si allontanò in fretta e tutti e tre lo seguirono con lo sguardo fino a che non scomparve nel portone. Erano felici. La madre ancor più per i propri bambini che avevano ricevuto il loro regalo e soprattutto perché sapeva che quel piccolo miracolo, possibile solo a Natale, si era compiuto e da ora in avanti ci sarebbe stata l’indifferenza di una persona in meno.
Arrivato a casa il disfattista si tolse il cappotto, lo appese all’attaccapanni in legno, posò la rivista sul tavolo del soggiorno e guardandosi allo specchio disse con un sorriso di approvazione: “Buon Natale anche a te”.
Poi sprofondò nella poltrona di pelle e si immerse nella sua lettura.

Solstizio d’estate

E sarà il giorno più lungo.

E sarà la notte più breve.

E sarà, come ogni estate, il nostro tempo più lungo o il nostro tempo più breve. Dipenderà da noi.

Raccoglieremo conchiglie e afferreremo sogni, ci bagneremo la pelle e assaggeremo il sale che lascia il segno come un bacio sulla schiena.

Sarà interminabile per chi non è abituato a fantasticare, ma sarà breve per chi ogni giorno si perderà nella spensieratezza di una stagione che ci regala sensazioni nuove, che ci fa spogliare dai pesanti fardelli dell’inverno e ci fa indossare costumi e spuma di onde che si infrangono sulla spiaggia e sui nostri corpi vulnerabili, ed esposti e ci colpiscono e ci avvolgono come un abbraccio nuovo e potente, inaspettato quanto travolgente.

L’estate più lunga o l’estate più corta…

L’estate e basta.

Benvenuto allora solstizio, regalaci il nostro spicchio di mare, la nostra vela al vento, la nostra spiaggia.

Regalaci un’emozione per troppo tempo sopita, il segno del tuo passaggio, un’abbronzatura da ricordare  e parole per fermare nel Tempo questo viaggio che sta per iniziare.

Viaggi in Musica (2)

“And my dreams are strange dreams, are day dreams and grey dreams.

And my dreams are wild dreams and old dreams and new.

They haunt me and daunt me with fear of the morrow.

My Brothers they doubt me, but my dreams come true”

(Henry Lawson)

 

Viaggi in musica ma non solo, viaggi nel tempo, nella memoria.

Un viaggio accompagnato da note musicali che si spandono nella mia stanza accompagnate dal testo di una poesia di Henry Lawson. Looking forward… perché solo così si può sperare di raggiungere un sogno. Looking back… perché noi siamo tutto ciò che abbiamo lasciato alle spalle, che ci ha fatto piangere di tristezza o di gioia, un album di ricordi da sfogliare e nuove fotografie  ancora da scattare. Più sentieri si lasciano indietro, più strade ci saranno da percorrere.

Bello quando una canzone che ascolti la prima volta per caso diventa un po’ alla volta  “quella canzone”. La canzone che a fine giornata vuoi ascoltare per rilassarti e pensare che il non vedere l’ora di incontrare qualcuno o di fare qualcosa è un motore che deve essere tenuto acceso, sempre.

A fine giornata mi capita spesso di ripensare a come è andata, ai ragazzi che hanno ascoltato le mie parole, ai quali ho letto una poesia o spiegato un autore. A cosa avranno recepito e soprattutto a cosa avrò loro trasmesso. A fine giornata guardo indietro. A fine giornata guardo avanti. Un viaggio nel tempo, di un giorno, un anno, una vita. Looking forward and looking back…

Strani sogni sono i miei, le persone possono dubitare di me, ma i miei sogni diverranno realtà.

Ho pensato a tutto ciò ascoltando questa canzone:

Looking Forward, Looking Back

 

 

 

 

 

Viaggi in musica (1)

Ascoltare musica, della buona musica, è viaggiare. Perdersi tra le note, sognare con le parole, ritrovarsi catapultati in altri Paesi o in altre dimensioni. Sono tantissimi i generi musicali come infiniti i gusti in materia di canzoni.

Io prediligo lo stile rock-country, chitarre acustiche e ritmi che ci fanno salire su un aereo ad occhi chiusi mentre le note scivolano via leggere. Mi ritrovo in Australia, in Messico, in Carolina, mi trovo a dialogare con la ragazza che viene dal Nord così come il giovane “baby James” e sembra che le distanze non siano mai esistite e la vita senza musica è come un pub senza birra…

Ecco alcuni suggerimenti che spero prendiate in considerazione. Non è detto che vi piacciano ma ogni viaggio che faccio mi piace condividerlo sempre. Per citare Baudelaire, ecco il mio Invito al Viaggio.

JAMES TAYLOR:

Sweet Baby James

Carolina in my mind

ROD STEWART

The girl from the North Country

Mine for Me

SLIM DUSTY

A pub with no beer

Waltzing Matilda

G’Day G’Day

JONH DENVER

Take me home Country road

Sunshine on my shoulders

Tram Numero 2: recensioni

«(…) L’Arte è fedele, è riconoscente, sebbene sia inutile e abbia quindi tutto il diritto di decidere a chi affidarsi per essere divulgata». Breve racconto di tipo epistolare, scorrevole, vellutato, sciolto e potrei dire anche anticonformista. Una prosa dal sapore ‘felliniano’ che sfiora delicatamente la poesia sussurrando ad essa. Un’altra piccola gemma scoperta nell’antologia letteraria nazionale contemporanea. Quasi si sente la mano dell’autore prendere quella del lettore, accompagnandolo nell’arte della navigazione e immaginaria con curate pagine che lodano alla calma, alla riflessione o al romanticismo. Un pregevole piccolo dipinto narrativo. (Alessandro Aluisi, da: www.controluce.it/notizie/tram-numero-2-di-gianluca-ruggeri-streetlib-editore)

“Ci sono libri lievi, leggeri, che in apparenza sembrano voler parlare sottovoce a chi li legge, quasi avessero una sorta di pudore nel chiedere spazio e tempo nella vita del lettore. Tram numero due di Gianluca Ruggeri (Ed.Streetlib) è uno di questi. Intanto è un racconto e questo già di per sé è una scelta controcorrente, in un mondo dove tutti pensano in grande attraverso corposi romanzi di fondazione sul senso della vita, l’autore ci parla con la tecnica del racconto, genere particolare in quanto costretto a usare il linguaggio della brevità in un tempo dove la logorrea conquista spazi sempre più ampi, scritti e purtroppo anche orali.
Non bastasse, è un racconto in forma epistolare, lettere trovate per caso in un baule, immagine romantica ma inevitabilmente retrò in un mondo che ha abolito epistole e cartoline sostituendole con messaggi criptati da sigle consonantiche, accompagnati da faccine tutte uguali, che ci sollevano dallo sforzo di pensare parole nostre per esternare come ci sentiamo.
Non contento di aver fatto tutte le possibili scelte inconsuete, Ruggeri indirizza queste lettere a un signor Y di cui non si conoscono né il nome né l’identità, lettere che narrano sensazioni, esperienze ed emozioni. È proprio tramite questi elementi, che il libro abbandona l’apparente pudore del parlare sottovoce e diventa una voce forte e chiara. La scrittura di Ruggeri ti prende per mano senza lasciarti solo di fronte alla pagina. L’apparente assenza di precisi riferimenti è un filtro che distanzia le cose, le immette in una dimensione apparentemente senza tempo e luogo ma collocati precisamente in ognuno di noi. Il Tram numero 2 che ha ispirato il libro esiste veramente e non è solo un mezzo di trasporto ma tante altre cose: un luogo dell’anima certamente, ma anche un punto di partenza e ritorno allo stesso tempo. Saliteci sopra e percorrete qualche percorso interiore… chissà che non vi capiti di ritrovare per caso qualche parte di voi da troppo tempo dimenticata.  Allo scrivente recensore è capitato proprio così… (Stefano Giusti, Newsletter Associazione Atdal Over 40 Centro – Sud. Numero 95 del 31 maggio 2018. www.atdal.eu)

Tram Numero 2: estratto

Dal Prologo:

Non so come siano finite nella mia soffitta queste lettere.

Forse, con la mia impulsiva voglia di acquistare vecchi libri venduti su precarie bancarelle nei piccoli mercatini dell’usato, avrò fatto si che, nascondendosi tra le pagine di un qualche testo da me acquistato, si siano intrufolate clandestinamente e senza inizialmente farsi notare, nel mio baule, convinte che prima o poi le avrei trovate e quindi riordinate e ridate alla luce affinché potessero essere lette e giungere a destinazione.

Per poter giungere a destinazione però bisogna prima partire. A volte trovare il tempo, altre volte il coraggio per farlo. Non importa come, a piedi, in treno, in nave, in tram…
Io ho scelto quest’ultimo per intraprendere il mio viaggio.

Il tram numero 2 quindi ha lasciato la stazione dove da molti, troppi anni era fermo ad aspettare che qualcuno si mettesse di nuovo ai suoi comandi. Io l’ho fatto ed ho imparato, scorrendo queste lettere, che vale sempre la pena di leggere qualcosa.

Dalla lettera del 27 Ottobre:

Non posso continuare a sopportare passivamente l’influenza di venti contrari. Devo mettermi al timone, eccolo lì, davanti a me, lo afferro, la nave smette di curvare senza criterio, il mare si calma, e a poco a poco la scia che lascio dietro di me si fa sempre più dritta. Vedo la terra, non so che terra sia, non conosco il nome di quella città e gli abitanti che lingua parlano, ma la vedo avvicinarsi. È un approdo, sicuro o no lo saprò presto, ma è pur sempre un approdo. Terraferma sulla quale poggiare i miei piedi, muovere nuovi passi. Mi fermo, il vento impetuoso di qualche istante fa ora si dimostra amico benevolo, il mare è calmo e la nave trainata in porto da esperti marinai si ferma. Ce l’ho fatta!

Dalla lettera del 10 Dicembre:

Vale sempre la pena di leggere qualcosa, ricordi? Ed il motivo è semplice e va al di là della solita cultura personale. Nel caso specifico è l’occasione per un viaggio a Kirkwall nell’arcipelago delle isole Orcadi, a Dalwhinnie o a Bowmore o in ognuno di quei posti in cui le maggiori distillerie producono pregiati whisky dal gusto secco, attraverso il quale il miele d’erica si incontra con le correnti oceaniche che danno al palato e all’olfatto sensazioni uniche di brezza marina e di iodio, oppure dolci e fruttate emozioni mescolate ad un inconfondibile aroma affumicato simile al retrogusto che può lasciare il tabacco di una pipa.
Fuori dalla finestra continua a cadere la neve. Nevica ormai da quasi tre giorni.
Riprendo quelle poesie, la mia poltrona mi aspetta, una bottiglia quasi piena di Strathisla, whisky di puro malto invecchiato dodici anni mi tenta, il bicchiere vuole essere riempito ed ecco che la situazione appena descritta si materializza, non più l’ideale ma il reale, il mio mondo appositamente creato per la lettura di questa sera.

Tram Numero 2

Finalmente il Tram Numero 2 è partito.

E’ uscito da quel cassetto nel quale risiedono tutti i sogni e sta iniziando a percorrere i suoi primi chilometri. Il Tram Numero 2 fa molte fermate e ad ogni fermata chiunque può salire e scendere, a suo piacimento. Non ci sono biglietti o abbonamenti da pagare. Bisogna solo sedersi, guardare fuori dal finestrino, ascoltare il suono delle rotaie, abbandonarsi al suo movimento e lasciarsi trasportare ognuno verso il suo viaggio ideale…
Tram Numero 2 è un racconto in forma epistolare nel quale immagino che l’autore del libro, nell’intento di ripulire la soffitta, trova in un baule impolverato delle lettere. Inizia così a leggerle e decide di riordinarle, dar loro un filo logico per ricostruire le esperienze e gli stati d’animo di chi anni prima aveva scritto su quei fogli. Il libro inizia con un’introduzione che serve a spiegare al lettore il contesto narrativo e il motivo per il quale ha deciso di pubblicare quelle lettere. Le lettere, indirizzate al signor Y del quale non si conoscono né il nome né l’identità, percorrono un arco di tempo di circa sette mesi, da fine ottobre ad inizio maggio e narrano i passaggi fondamentali delle esperienze e delle sensazioni ed emozioni del loro autore immaginario. Ogni lettera racconta un luogo, uno stato d’animo, un’esperienza e tutte sono percorse con il Tram numero 2, che è il mezzo ideale e romantico dal quale l’autore delle lettere scende e sale a suo piacimento, in qualsiasi posto si trovi, lasciando alla fantasia la possibilità di immaginare nuovi viaggi, nuove avventure, nuove emozioni da narrare.

Grazie a tutte le persone che hanno viaggiato con me e che da quel tram non sono mai scese…

 

In cammino verso la modernità

Nulla accade per caso.
Il caldo di fine giugno o le piogge di luglio. La città che non si svuota più e la città che accoglie turisti. Le fontane romane che dispensano acqua a non finire e negozi che tentano di attrarre quanti più clienti invogliandoli ad acquistare a prezzi scontati ma non stracciati.
In questo scenario estivo, a due passi dalla Galleria Sciarra in Via Minghetti, all’interno del Museo Fondazione Roma, si è svolta la mostra dal titolo: HOGARTH REYNOLDS TURNER. PITTURA INGLESE VERSO LA MODERNITÀ.
La modernità è vista attraverso gli occhi di artisti che, fin dalla prima metà del 1700, iniziavano a comprendere cosa volesse dire entrare in una nuova era, fatta di imponenti costruzioni, di nuove scoperte scientifiche, di importanti invenzioni che porteranno la Gran Bretagna ad essere un punto di riferimento in tutta Europa per oltre un secolo.
Ad introdurci in questo scenario è un’opera del pittore italiano Marco Ricci, dal titolo “View of the Mall in Saint James’s Park”. Questo olio su tela, dipinto probabilmente tra il 1709 e il 1710 ci catapulta in una passeggiata alberata e ci fa percorrere il lungo viale che porta alla metropoli londinese, della quale svettano a sinistra la Elizabeth Tower e a destra la St Paul’s Cathedral che proprio in quegli anni veniva terminata. Il viale è molto affollato, perché il parco era il luogo preferito dalla borghesia per incontrarsi, passeggiare, parlare e decidere a volte importanti questioni.
Il così detto “Vedutismo” si arricchisce di un’altra opera importante, quella di Samuel Scott che come in una fotografia ante operam fissa sulla tela lo stato dei lavori della costruzione del ponte di Westminster alla data del 1742. Inconcepibile oggi l’idea di dipingere un cantiere, ma all’epoca in cui il dipinto fu terminato, la costruzione del ponte era percepita come un prodigio dell’ingegno umano e considerata l’opera più ardita d’Europa.
Degno di menzione è senza dubbio il dipinto che segue, quello di un altro pittore italiano, Giovanni Antonio Canal, veneziano, conosciuto con il nome di Canaletto. Dopo averci consegnato vedute di Padova e Venezia, si trasferisce a Londra firmando altri capolavori. Nel caso specifico ci chiede di soffermarci sotto un’arcata del ponte di Westminster ormai quasi terminato. Non possiamo fare a meno di alzare lo sguardo verso un luminoso cielo italiano che ha poco di anglosassone, ma che è simbolo di perfezione con la sua luce e il suo azzurro penetrante. La città di Londra divisa in due dal Tamigi ed un secchio che pende sulla destra del quadro, arricchiscono ancor di più questa tela di particolari e ci fanno capire che la città non dorme mai, il lavoro non si ferma. E’ la modernità a chiedere ritmi sempre più intensi.
Londra è una città moderna, i suoi artisti ne percepiscono la grandezza e ne sono orgogliosi. Questo orgoglio traspare dalle parole di Daniel Defoe nel suo racconto in tre volumi “A Tour Trough The Whole Island of Great Britain”, parole che non lasciano dubbi circa il punto di vista sulla modernità: “(…) nuove imprese commerciali, invenzioni, macchine, manufatti, in una Nazione che va avanti e progredisce sotto i nostri occhi. Tutto ciò apre nuovi scenari ogni giorno e fa si che l’Inghilterra mostri una faccia nuova e diversa”. La faccia nuova dell’Inghilterra della quale scrive ancora: “Dovunque andiamo e da qualsiasi parte guardiamo, osserviamo qualcosa di nuovo di significativo, qualcosa che val bene il soggiorno di un viaggiatore e l’interesse di uno scrittore”. Non poteva quindi che essere Londra lo specchio di tale orgoglio “(…) considero questa città, uno dei posti più gradevoli d’Inghilterra”.
Lasciamo per un momento la Letteratura per riprendere il cammino attraverso i corridoi della mostra alle cui pareti troviamo, per dare un senso di continuità alle parole di Defoe, ritratti di illustri uomini rappresentativi della modernità inglese come Richard Arckwright, paffuto e brillante ingegnere e uomo d’affari che grazie alle sue invenzioni in campo manifatturiero contribuì non poco allo sviluppo dell’industria tessile durante i primi anni della Rivoluzione Industriale. Altro ritratto è quello di Letizia Ann Saga, prima donna a sorvolare i cieli di Londra e la passione per il volo, altra conquista della modernità, è impressa sulla tela di Julius Cesar Ibbetson dal titolo “The Ascent of Lunardi’s Balloon from St. Geoge’s Field, London” che celebra l’impresa dell’Italiano Vincenzo Lunardi che nel 1784 volò per più di due ore a bordo di una mongolfiera.
Tutta l’Inghilterra del tempo è catturata da uno spirito nazionalistico che rispecchia la fierezza di un Popolo nel pieno del proprio sviluppo economico, culturale ed artistico che non può non essere esaltato. Ecco dunque nella sala successiva la raffigurazione di due scene teatrali, una tratta dalla rappresentazione del Macbeth l’altra dell’Amleto, dipinte rispettivamente da Johan Joseph Zoffany e da Francis Hayman.
La mostra volge alla conclusione, resta da visitare l’ultima sala, quella che ci fa venire voglia di non andare via. A sinistra alcuni dipinti di Joseph Mallord William Turner tra i quali spicca “Paesaggio a Nepi, Lazio, con acquedotto e cascata” risalente al suo viaggio in Italia nel 1828, nel quale, quasi come un precursore del Simbolismo, cerca di raffigurare la luce del cielo italiano, una luce che lo colpisce a tal punto da essere motivo, qualche anno più tardi, di un suo nuovo viaggio in Italia. Non è certo la luce il tema principale delle opere di John Constable, sulla destra, ma se osservando la grande tela di circa due metri di lunghezza dal titolo “Salisbury Cathedral from the Meadows” dipinta nel 1831, vi troverete immersi in quel paesaggio che state osservando, allora il pittore, l’artista più in generale avrà fatto il suo dovere, avrà smosso l’animo dell’osservatore spingendolo oltre, facendo diventare quella raffigurazione motivo di un viaggio.
Tutta la mostra in realtà è un viaggio. Questo peregrinare tra campagna inglese, cieli italiani, invenzioni, ritratti e parole celebrative di un’epoca fondamentale per il futuro sviluppo della Gran Bretagna, si conclude con una poesia di William Wordsworth dal titolo “Lines Written in Early Spring”: “Se questa fede ci giunge dal cielo, se questo è il progetto sacro della Natura, non ho allora ragione di lamentarmi di ciò che l’uomo ha fatto dell’uomo?” Ecco l’Artista che fa riflettere l’uomo. La gioia semplice ed incontrastata della Natura e la malinconia per qualcosa che sta cambiando. E’ il prezzo che si deve pagare. Noi leggiamo, osserviamo, ci emozioniamo e rattristiamo, percorriamo con la mente ancora una volta i corridoi della mostra prima di riconsegnarci al caos della grande metropoli, contraddittorio risultato della modernità.

A Roma è di scena la Bellezza

In una delle sale del Chiostro del Bramante, dove è stata allestita la mostra dal titolo “Alma-Tadema e i pittori dell’800 Inglese. Collezione Pérez-Simòn”, vi è una scritta che recita: “E’ difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo”.
Il mondo che ci aspetta dopo aver varcato i tornelli è in tutti i sensi impregnato di Bellezza. Ti circonda, ti inebria, ti stordisce a tal punto da farti dimenticare che fuori di lì esiste il mondo vero, la frenesia, il caldo, il tempo che scorre. Ci troviamo immersi nella spasmodica ricerca del Bello, nell’Arte allo stato puro. L’Arte per l’Arte che non si consegna al trascorrere della vita e non invecchia.
Vi troviamo capolavori di F. Leighton e J.W. Waterhouse, di D.G. Rossetti e J.E. Millais, rispettivamente fondatore e cofondatore della Confraternita dei Preraffaelliti, movimento artistico-letterario che affiancava alla devozione e all’attrazione verso i maestri del Rinascimento prima di Raffaello, i temi della letteratura inglese, nonché di Sir Lawrence Alma-Tadema i cui capolavori fanno da sfondo all’intera esposizione e che furono dipinti con l’intento di ricercare la bellezza ideale, pura e l’armonia visiva dell’opera.
Passeggiando tra le varie tele ci immergiamo nell’Inghilterra Vittoriana e in uno dei suoi aspetti più contraddittori: la donna. La donna come essere puro e come fonte centrale di ispirazione, sempre circondata dai fiori, altro punto centrale della mostra e tema ricorrente nella letteratura inglese di fine ottocento strettamente legata al culto della Bellezza, come ci dimostrano le prime righe del romanzo di Oscar Wilde “Il Ritratto di Dorian Gray”: Lo studio era pervaso dall’odore intenso delle rose e, quando tra gli alberi del giardino spirava la leggera brezza estiva, dalla porta spalancata entrava l’intenso odore dei lillà, o il più delicato profumo della rosa canina.
Ad aprire la mostra è un dipinto del 1890 di Alma-Tadema dal titolo “A Love Missile” dove la classicità di una villa romana con tutto il suo sfarzo, è lo scenario per esaltare la bellezza femminile, dai tipici tratti inglesi, rappresentata da una fanciulla sedotta dall’intenso profumo del mazzo di fiori che tiene in mano.
I fiori sono la quintessenza della bellezza, rappresentano il messaggio d’amore, lo specchio dei sentimenti, degli stati d’animo e passo dopo passo il loro profumo si percepisce a livello visivo ed olfattivo.
Proseguendo tra i vari quadri troviamo un capolavoro del 1895 di Arthur Hughes dal titolo “A Passing Cloud”, che raffigura una ragazza dall’aria triste con la testa appoggiata sulla sommità del caminetto, la mano destra sulla fronte mentre la sinistra stringe una lettera che evidentemente non le ha portato buone notizie. Il suo setter irlandese, simbolo di fedeltà, la guarda come a volerla rassicurare e sulla destra si notano un quadretto con una casa eseguita in punto croce, tipica occupazione delle fanciulle dell’Età Vittoriana ed una finestra dalla quale si intravede un giardino pieno piante e fiori i cui colori contrastano con lo stato d’animo desolato della ragazza.
Il titolo di questa opera è tratto da un episodio della commedia shakespeariana “I Due Gentiluomini di Verona”, quando Proteo paragona la sua tristezza per non poter sposare l’amata Giulia per volontà del padre, alle nuvole che in primavera offuscano improvvisamente il sole.
Una tela di grande forza espressiva è anche quella dipinta nel 1902 da John William Waterhouse, “The Crystal Ball” nella quale troviamo Agrippina che contempla con tristezza e rancore l’urna con le ceneri del marito Germanico avvelenato durante una campagna militare.
L’intreccio tra letteratura, storia e mito è molto frequente tra i Preraffaelliti e spesso si trovano quadri che hanno per titolo versi di poesie, come per esempio “Oh, For The Touch of a Vanished Hand” dipinto nel 1900 da Charles Edward Perugini che riprende i versi della poesia “Break, break, break” di Lord Alfred Tennyson, nel quale la mano sinistra della ragazza raffigurata è come se cercasse una mano di chi non c’è.
Anche il poeta inglese Algernon Charles Swinburne è presente nelle opere di questi pittori vittoriani, ed una sua frase: “Tutto il Paradiso dei Paradisi in un piccolo bambino” è fonte d’ispirazione per un quadro del 1891 di Alma-Tadema dal titolo “An Earthly Paradise” nel quale possiamo osservare una madre inginocchiata e protesa verso il proprio figlio, sdraiato in posizione supina su di un elegante divano di legno con cuscini beige e fiori profumati accanto. Ritorna il tema della donna vittoriana che ha tra i suoi compiti quello di dedicare tempo ai suoi bambini.
La visita di questo mondo nel quale siamo entrati sta quasi per terminare. Ci si può soffermare ad osservare su comode poltroncine un ultimo capolavoro di Alma-Tadema, un dipinto del 1888 dal titolo “The Roses of Heliogabalus” nel quale è rappresentata, a completamento della tematica portante della mostra, la scena in cui l’imperatore romano Eliogabalo, regnante col nome di Marco Aurelio Antonino, inonda i suoi ospiti con una cascata di petali di rosa talmente copiosa da farli rimanere soffocati. Questa cascata di fiori saluta i visitatori ma non li soffoca. Ci prepariamo a raggiungere l’uscita, non prima di aver letto nella sala adiacente un verso di una poesia di Walt Whitman: “Bouquet di rose da per tutto, oh morte, e io di rose ti copro”.
Le donne vittoriane, i fiori simbolo di amore e sofferenza, ville romane, ambientazioni orientali, ricerca della Bellezza, atmosfere gotiche. E’ stato bello perdersi in questo scenario per abbondanti due ore, lontano secoli dalla confusione e dai ritmi ossessivi della metropoli.

Tram Numero 2: il primo libro di Gianluca Ruggeri

Tram Numero 2Tram Numero 2 è un racconto di in forma epistolare nel quale l’autore, Gianluca Ruggeri, si immagina di trovare un baule pieno di lettere riordinando la soffitta.

Inizia così a leggerle e decide di riordinarle, dar loro un filo logico per ricostruire le esperienze e gli stati d’animo di chi anni prima aveva scritto su quei fogli. Il libro inizia con un’introduzione che serve a spiegare al lettore il contesto narrativo e il motivo per il quale ha deciso di pubblicare quelle lettere.
Le lettere, indirizzate al signor Y del quale non si conoscono né il nome né l’identità, percorrono un arco di tempo di circa sette mesi, da fine ottobre ad inizio maggio e narrano i passaggi fondamentali delle esperienze e delle sensazioni ed emozioni del loro autore immaginario.
Ogni lettera racconta un luogo, uno stato d’animo, un’esperienza e tutte sono percorse con il Tram numero 2, che è il mezzo ideale e romantico dal quale l’autore delle lettere scende e sale a suo piacimento, in qualsiasi posto si trovi, lasciando alla fantasia la possibilità di immaginare nuovi viaggi, nuove avventure, nuove emozioni da narrare.

Lo potete trovare qui in formato ebook:

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