In una fredda mattina di un inverno particolarmente rigido, il romantico si trovava a passeggiare per la strada principale della sua città. Aveva in mano cinque o sei buste piene di regali e qualcosa mi dice che non aveva ancora finito di effettuare acquisti, vista la sua andatura lenta e rilassata accompagnata da sguardi interessati verso ogni vetrina addobbata con suoni, luci, Babbi Natale e pupazzi di neve in stoffa per attirare il maggior numero possibile di clienti.
Sembrava che la vita frenetica della metropoli non lo scalfisse minimamente. Il percorso ad ostacoli di gente che correva a destra e a sinistra per raggiungere il posto di lavoro o per completare gli acquisti natalizi nel minor tempo possibile, i clacson impazziti e il traffico non lo turbavano affatto, poiché in quei giorni di metà dicembre tutto questo era normale. La sua andatura continuava ad essere costante, lenta, pacifica e rassicurante. Aveva un sorriso per tutti quelli che volontariamente o meno incrociavano il suo sguardo ed in tasca sempre qualche centesimo da dare a quanti, meno fortunati di lui, si trovavano ad elemosinare al freddo sui marciapiedi tra l’indifferenza generale. Se in qualche negozio doveva aspettare cinque minuti in più per farsi servire da questa o quella commessa o per farsi impacchettare i regali appena comprati, lo faceva senza sbuffare e senza guardare l’orologio ogni minuto. Approfittava di quella attesa per volgere ancora un po’ lo sguardo intorno, consapevole del fatto che prima o poi sarebbe arrivato il suo turno.
Questo signore generoso e sorridente aveva un amico, totalmente diverso da lui. Si erano conosciuti una decina di anni prima durante una vacanza in Inghilterra. Da subito entrambi capirono di essere l’uno l’opposto dell’altro. Il romantico amava soffermarsi a guardare il mare agitato anche se la temperatura esterna suggeriva di entrare in una qualche caffetteria e sedersi ad un tavolino a bere una cioccolata calda; al contrario il suo amico, disfattista per natura, non perdeva mai l’occasione per criticare le scelte dell’altro, brontolando e dicendo che se fosse stato per lui sarebbe rimasto in albergo a guardare la televisione oppure a finire qualche lavoro arretrato con il suo computer portatile. Per il disfattista non c’era alcunché di interessante nel restare fermi immobili al freddo ad osservare una barca a vela che sfidava le gelide onde oppure un faro che illuminava le buie scogliere. Tanto valeva entrare direttamente nella caffetteria ed ordinare un caldo caffè doppio, per non rischiare di addormentarsi poi davanti alla televisione o peggio ancora di non riuscire a rimettersi al lavoro. “Tutta colpa sua” pensava il disfattista guardando l’amico romantico che con un’espressione beata si godeva l’ultimo goccio di cioccolata calda. “Tutta colpa sua se ho perso un pomeriggio intero per un’ inutile passeggiata al porto!”. La verità era che anche se non lo dava a vedere, a volte si sentiva un po’ solo e sapere che poteva passare qualche ora in compagnia di un amico, lo faceva stare meglio. L’idea di distrarsi e concedersi una pausa inaspettata, anche facendo cose che lui mai da solo avrebbe fatto, lo persuadeva spesso a lasciarsi coinvolgere, perché sapeva che dopo, sicuramente più rilassato, si sarebbe concentrato meglio e avrebbe potuto finire ciò che, seppur senza troppa convinzione, aveva lasciato a metà.
In quella fredda mattina di dicembre, a meno di dieci giorni dal Natale, il disfattista non si sarebbe mai sognato di uscire di casa, inoltrarsi per quelle strade caotiche nelle quali era impossibile passeggiare senza urtare contro qualche persona o contro le buste che tutti portavano in mano.
E allora perché si trovava alla undici di mattina sul marciapiede a schivare già i primi passanti impazziti?
Il motivo era semplicissimo. Doveva recarsi in edicola a comprare l’ultimo numero dell’anno della sua rivista preferita, una pubblicazione mensile che trattava di economia, banche, segreti e suggerimenti per meglio capire gli imperscrutabili meccanismi del mondo finanziario. Come è facile intuire, il romantico trovava questi argomenti completamente privi di interesse.
Il disfattista camminava a testa bassa, passo svelto e mani incrociate dietro la schiena. I negozi per lui erano inesistenti, le luci delle vetrine uno spreco di energia, i suoni e gli addobbi natalizi una insensata perdita di tempo. Non poteva evitare di porsi sempre la stessa domanda: “Che senso ha prendere ogni anno scatoloni pieni di cianfrusaglie, spargerle per tutta casa, fare l’albero di natale, mettere lucette e altre simili diavolerie in ogni dove per poco più di venti giorni e poi riprendere gli scatoloni e riporvi tutto dentro un’altra volta?”.
Lui il suo tempo lo utilizzava sicuramente in maniera migliore! Niente scatoloni per casa, niente addobbi, niente albero di natale. Niente di niente. Se Natale doveva essere, non era di certo in casa sua che questa atmosfera si sarebbe respirata.

Il romantico, al contrario, credeva molto in questa Festività. Era un’occasione per stare insieme alle persone più care, per radunarsi in questa o in quella casa per scambiarsi regali, giocare a carte o a tombola, per avere qualche ora in più da spendere con chi, per un motivo o per un altro, non si ha modo di vedere spesso durante l’anno e recuperare così, tra gustosi dolciumi, un po’ di tempo perduto.
Il disfattista non voleva incontrare nessuno durante il Natale. Non aveva regali da donare e non aveva pensieri da ricevere. Tutti i suoi appuntamenti erano rinviati a gennaio e una sorta di coprifuoco vigeva a casa sua durante quei giorni di puro caos.
Avvolto nel suo cappotto grigio di cachemire, il disfattista aveva appena comprato la sua rivista e tenendola stretta sotto il braccio destro, stava per fare rientro a casa quando si sentì chiamare. Una voce alle sue spalle che scandiva il suo nome. Raggelò. Come se non facesse già abbastanza freddo! Pensò: “Speriamo non sia nessuno che voglia farmi gli auguri di Natale”.
Si voltò con cautela, con aria sospettosa. Appena si rese conto che si trattava del suo amico romantico, trasalì. Era il suo opposto è vero ma con lui in fondo si trovava bene. In quel momento però e specialmente in quel periodo dell’anno rappresentava comunque una fonte di pericolosa e imprevedibile distrazione.
Sotto Natale infatti anche un incontro con un amico poteva rivelarsi deleterio, non voleva assolutamente farsi coinvolgere dalle strane idee di quel signore sorridente che magari avrebbe tentato da lì a poco di trascinarlo con sé in casa di qualche persona per giocare a tombola.
“Ciao, che ci fai in giro con questa confusione?” chiese il romantico, aggiungendo “Credevo fossi barricato in casa”. Rispose il disfattista “In effetti la mia intenzione era quella ma dovevo comprare una rivista e sono dovuto uscire per forza”. Credo di sapere cosa stesse pensando mentre pronunciava quelle parole. Se avesse ritardato l’uscita solo di qualche minuto forse non avrebbe incontrato il romantico ed ora starebbe già nuovamente a casa, sulla sua comoda poltrona di pelle beige, immerso nella sua piacevolissima lettura.
Il destino a volte però gioca brutti scherzi, ormai era lì a parlare con il suo amico e quello che doveva fare era solamente cercare di sbrigare la pratica nel più breve tempo possibile e salutarlo prima di ricevere un qualsiasi tipo invito.
“Cosa farai a Natale?” gli chiese il romantico “Niente di particolare” rispose il disfattista. “Io ho già un mare di inviti, devo solamente cercare di accontentare tutti senza dimenticarmi di nessuno. Volevo anche organizzare una cena a casa mia ma temo di non fare in tempo, però se dovessi riuscirci ti chiamo.”
“Lo sapevo” pensò il disfattista “ecco il primo invito che prende forma” Il romantico vedendo l’amico aggrottare le sopracciglia gli domandò sorridente “A cosa stai pensando? Non dirmi che hai intenzione di accettare!”
“Io… veramente no. Cioè, stavo pensando che avrò molto da fare in quei giorni, forse parto, vado a trovare un mio amico in Francia, è un vecchio collega che vive a Rouen, passerò lì due o tre giorni, devo solo decidere quando partire.”
Sapendo che l’amico disfattista non avrebbe mai accettato, il romantico non volle insistere ma lo invitò a bere qualcosa al bar. Dopo circa due minuti di contrattazioni riuscì a convincerlo e si trovarono presto al caldo di un locale con le pareti interne rivestite di legno ed impregnate di un piacevolissimo aroma di caffè.

Il disfattista, che ormai si vedeva costretto a perdere ore preziose di sana lettura, ordinò rassegnato il solito caffè doppio, mentre il romantico scelse di scaldarsi con un bicchiere di caffelatte accompagnato da un cornetto alla crema, giusto per aggiungere un altro po’ di dolce alla sua mattina già decisamente piacevole.
“Secondo me tu sei un po’ matto” esordì il disfattista osservando tutte le buste piene di regali che l’amico aveva poggiato per terra. “Sono le undici del mattino e hai già comprato tutta questa roba. Ti sei svegliato all’alba per fare acquisti?”. “No” rispose il romantico “All’alba ancora dormivo, ma è dalle nove che sono in giro, credevo mi ci volesse di più e invece in quasi due ore ho comprato tutto quello che cercavo. Ora arriva la parte più bella, dare ad ognuno il suo regalo.” Su questa ultima affermazione il disfattista non era assolutamente d’accordo. Poteva anche capire che comprare i regali potesse arrecare una certa felicità, un po’ come era per lui acquistare le sue riviste preferite, ma andare di casa in casa per consegnare i regali, abbuffarsi di pandori e torroni ad ogni visita, ricevere a sua volta altri regali per lo più inutili, non poteva certo essere classificata tra le attività più piacevoli e rilassanti in quel periodo dell’anno. Neanche lui ricordava più l’ultima volta che l’aveva fatto, dieci o più anni erano trascorsi e in tutto questo tempo mai un Natale in cui avesse provato una qualche sorta di minima nostalgia per quei momenti di sana condivisione dai quali lui si sarebbe già dissociato, se avesse potuto, sin dal suo primo Natale quando, molto probabilmente, il suo viso innocente era stato avvicinato da quello di anziane signore con sorrisi improbabili che, nell’intento di spupazzarlo, l’avevano anche baciato senza il suo consenso!
“Ti vedo assorto in strani pensieri” disse il romantico che aggiunse “Hai un’espressione quasi schifata, il caffè è amaro?”.
Il disfattista tornò di colpo alla più piacevole realtà “Cosa? No. Il caffè è buono, pensavo a qualche Natale fa, diciamo che per fortuna ora non c’è più chi mi bacia sulle guance a tradimento!”
Il romantico non volle approfondire e cercò di spostare nuovamente la conversazione sull’argomento del giorno, quello di cui tutti parlano, per il quale le strade sono piene di gente che fa avanti e indietro da un negozio all’altro e che si sente più buona solamente perché è Natale.
“Tu hai comprato qualche regalo?”
“No. Nessun regalo. Lo sai che trovo inutile scambiarsi regali e poi in questo periodo con tutta la confusione che c’è in giro, la cosa più saggia da fare è rimanere a casa aspettando gennaio”.
L’amico romantico aveva idee totalmente opposte, rispettava il punto di vista dell’amico disfattista, ma tentò un’ultima volta di convincerlo intavolando un discorso che durò almeno un buon quarto d’ora.
Sapeva infatti che nonostante quella maschera da duro, anche il disfattista era stato bambino e seppur non volesse ammetterlo, anche a lui avrà fatto sicuramente piacere ricevere regali da piccolo e sicuramente anche dopo.
Non riusciva a credere che quell’atmosfera di festa, quel procedere disordinato e rumoroso della pazza folla verso vetrine addobbate, le strade illuminate, la gente che a volte tira fuori un sorriso in più lasciandosi coinvolgere da tutto ciò che il Natale comporta, con la musica agli angoli delle strade, finti zampognari che cercano di racimolare qualche euro e con tutte le contraddizioni sociali che ci fanno riflettere quando vediamo una signora, piena di buste recanti il nome di grandi marche, salire a bordo di una lussuosa automobile e accanto a lei, seduta sul marciapiede una donna vestita di stracci e costretta in strada con i suoi bambini a chiedere l’elemosina, non lo scalfisse minimamente. Questo è il Natale e parlando ancora di semplici pensieri o di regali non troppo impegnativi, di sorprese che possono strappare dalla bocca di un bambino un sorriso inaspettato o dalle braccia di una madre un abbraccio sincero ed un “grazie” pieno di riconoscenza, cercò di fare breccia nel cuore dell’amico disfattista. Il Natale, disse, è anche ipocrisia. Diventa finzione quando tutti fanno finta di volersi bene, quando gli abbracci e i baci di Giuda si sprecano nelle case di tutto il mondo. Lo spirito di questa Festa consiste nel tentare di far sì che tutti i buoni propositi siano mantenuti nel corso dei mesi successivi, degli anni successivi, per evitare che l’indifferenza quotidiana si tramuti in generosità solamente per un giorno. Il senso del Natale è che quei piccoli doni siano una promessa per dire alle persone care “io ci sarò sempre”.
Il romantico parlò con il cuore in mano, sentiva sorgere dal profondo ogni singola parola che pronunciava.
Lo fece per lui, per il suo amico disfattista, perché era convinto che dietro a quell’aria seria, severa ed imperscrutabile vi era un uomo dal cuore potenzialmente generoso che la vita aveva indurito, ma che anche una piccola emozione sincera poteva da un momento all’altro rendere leggermente più morbido.
Lui, il romantico, sapeva come godersi le Feste in compagnia e avrebbe voluto che anche il suo amico burbero potesse in qualche modo aprirsi a quell’atmosfera festosa. Non lo avrebbe mai immaginato con le mani piene di buste di regali mentre bussa ad una porta e, abbracciato e baciato da più persone, esplode in un fragoroso “Auguri!”. Lo avrebbe però voluto immaginare meno solo, o comunque, nella sua solitudine con un sorriso in più.
“Lo so ti ho annoiato, ho parlato solo io”.
“Ti conosco ormai” rispose il disfattista “Ti ho lasciato parlare perché vedevo che a questa Festa ci credi veramente. Rispetto le tue opinioni e ti auguro davvero di ricevere regali con lo stesso spirito con il quale tu li fai. Ora devo andare, è tardissimo. Devo leggere la rivista e finire una relazione prima di pensare al mio viaggio”.
“Hai ragione, ho parlato troppo e il tempo è volato, ma quando si sta in buona compagnia succede sempre così”.
Il disfattista volle pagare il conto e disse all’amico romantico che insisteva per offrire: “Prendilo come il mio regalo di Natale”. Accennò ad un sorriso mentre pronunciava queste parole non senza ironia.
Uscirono dal bar. Faceva freddo, il cielo era di uno strano colore grigio chiaro, qualche fiocco di neve era iniziato a cadere. I due amici fecero pochi passi nella stessa direzione poi ognuno si incamminò verso la meta prescelta. Il romantico si ricordò che aveva ancora un regalo da comprare e andò a piedi verso la profumeria di fronte mentre il disfattista prese la direzione di casa. Si salutarono.
Uscendo dopo pochi minuti dalla profumeria con un’altra busta, il romantico si avvicinò alla fermata dell’autobus vicina al punto in cui si era salutato con il suo amico e gli parve di vedere un signore avvolto in un cappotto di cachemire grigio uscire da un negozio di giocattoli con due buste in mano. Era incredulo, aumentò il passo e quando ebbe la certezza che dietro a quel cappotto si celava il suo amico, accennò un sorriso di approvazione misto a soddisfazione. “Il Natale a volte fa miracoli” pensò. Poi senza farsi vedere attraversò e prese la strada di casa.

Il disfattista, inconsapevole di essere stato notato, uscì dal negozio di giocattoli e aprendo le due buste, vi sbirciò all’interno quasi per essere sicuro di aver acquistato gli articoli giusti. Una conteneva un modellino di un’automobile, di quelle che bisogna trascinare all’indietro per poi lasciarle partire a tutta velocità, nell’altra c’era una bambola dai lunghi capelli biondi, alta circa venti centimetri, con un vestitino rosa abbellito da perline argentate. Sembrava imbarazzato e non si sentiva per niente a suo agio. All’angolo della strada, a circa cento metri dal portone di casa, c’era una ragazza che poteva avere al massimo venticinque anni. Stava sempre lì, aiutava qualche volta i negozianti della zona a spazzare le foglie degli alberi cadute davanti alle loro vetrine, cercando di guadagnare così qualche euro per andare avanti. Si diceva avesse perso il lavoro da più di un anno, era sola, la gente del quartiere la conosceva e come poteva la aiutava, ma in quei giorni di frenetici acquisti tutti sembravano essersi dimenticati di lei. In realtà il disfattista cercava, quando poteva, di non passarle davanti per non incrociare il suo sguardo né quello dei suoi bambini che a volte portava con sé. Quando invece sovrappensiero le passava vicino, raramente la guardava e, allungando il passo, la superava come se non ci fosse stato nessuno lungo il suo cammino.
Vedendola provò un grande imbarazzo. Si girò intorno per vedere se qualcuno di sua conoscenza fosse nei paraggi, la neve continuava a cadere e facendosi coraggio si avvicinò alla ragazza. Rallentò il passo e lei, quasi incredula lo guardò. Lui tirò fuori dalla tasca del suo cappotto una banconota da venti euro, lei timidamente gli si avvicinò allungando la mano con grande incertezza, non sapendo ancora se quei soldi fossero per lei. Lui le diede la banconota, poi, vedendo che i suoi bambini, un maschietto di circa otto anni ed una femminuccia di circa sei, si erano avvicinati incuriositi da quell’inedito gesto, diede ad ognuno la propria busta. Non si lasciò andare in gesti palesi, non accennò ad una carezza sulle loro teste o ad una stretta di mano ma si limitò a dire “Auguri, passate un felice Natale”.
Si allontanò in fretta e tutti e tre lo seguirono con lo sguardo fino a che non scomparve nel portone. Erano felici. La madre ancor più per i propri bambini che avevano ricevuto il loro regalo e soprattutto perché sapeva che quel piccolo miracolo, possibile solo a Natale, si era compiuto e da ora in avanti ci sarebbe stata l’indifferenza di una persona in meno.
Arrivato a casa il disfattista si tolse il cappotto, lo appese all’attaccapanni in legno, posò la rivista sul tavolo del soggiorno e guardandosi allo specchio disse con un sorriso di approvazione: “Buon Natale anche a te”.
Poi sprofondò nella poltrona di pelle e si immerse nella sua lettura.