(racconto per chi, anche in questo periodo in cui tutto sembra grigio e noia, non smette di sognare… La vera rappresentazione è dentro di noi, crediamo nelle nostre passioni per scoprire che nulla è irrealizzabile se lo si vuole veramente)

Si addormentò sul fondo del teatro, nel silenzio, al buio sulla poltrona di velluto rosso bordeaux dai morbidi braccioli. Rannicchiato. Gli occhi si erano chiusi, vinti dalla stanchezza. Aveva però tentato con tutte le sue forze di resistere fino all’ultimo, nonostante gli sbadigli, guardando con interesse e curiosità uno spettacolo del quale non conosceva né gli attori, né la trama.
Inizialmente stupito ed emozionato, come fosse stato lui a dover recitare su quel palcoscenico di fronte a qualche centinaia di spettatori, piano piano la sua attenzione era andata diminuendo, i monologhi non lo aiutavano certo a rimanere sveglio e così, senza neanche accorgersene finì con l’addormentarsi mentre le voci degli attori divenivano sempre più indistinte, lievi fino a sparire. Per quella notte la sua cameretta fu quell’ultima fila.
Lo spettacolo terminò tra gli applausi del pubblico che lentamente lasciò il proprio posto libero, per essere occupato la sera successiva da un altro pubblico e così via fino alla fine dell’ultima replica.
Nessuno fece caso a quel bambino addormentato su quella poltroncina. Già da due o tre serate non si registrava più il tutto esaurito ed era facile trovare dei posti vuoti, specialmente nelle file posteriori e quella sera nell’ultima fila c’era solo lui.
Era entrato nel teatro, senza essere visto, da una porta secondaria sul retro a conclusione delle prove. Non aveva pagato il biglietto, se lo avesse comprato, o meglio, se lo avesse potuto comprare avrebbe scelto sicuramente un posto migliore dal quale poter osservare da vicino le espressioni degli attori, i loro sguardi, i loro gesti, la voce possente dosata a regola d’arte. Invece aveva scelto quell’ultima fila, lontano da signore impellicciate e profumante fino alla nausea, proprio per non dare nell’occhio, per non essere notato da qualcuno che avrebbe potuto chiamare la maschera di turno, preoccupato nel vedere un bambino da solo in quel luogo dove gli unici bimbi che si vedevano erano quelli che dopo venti minuti o meno di spettacolo crollavano dal sonno con la testa poggiata sulla spalla della mamma.
Erano passati circa otto giorni da quando quella Compagnia aveva debuttato con il Riccardo II di Shakespeare, rappresentazione quantomeno impegnativa per un bambino che per la prima volta entrava in un teatro; per tutti quegli otto giorni, passando davanti a quella locandina che raffigurava un Re ed uno specchio in frantumi, pensava al modo di entrarvi senza però dover pagare il biglietto, visto che in tasca aveva al massimo poche monete per acquistare un pezzo di pizza. Non aveva la più pallida idea di chi fosse Riccardo II e posso affermare con assoluta certezza che non era la rappresentazione del destino di quel Re che gli diede il coraggio di attuare il suo piano, ma semplicemente il desiderio, accompagnato alla curiosità, di entrare in un teatro e vedere per la prima volta un attore recitare. Si sarebbe potuta mettere in scena qualsiasi tragedia o commedia, aveva comunque deciso che il momento del suo debutto in platea era arrivato!
Prima di addormentarsi riuscì però a vedere parte della rappresentazione, almeno il primo atto. Il secondo gli fu fatale.
In platea gli spettatori erano stati testimoni del destino del re, alcuni avevano preso le sue parti, altri lo avevano condannato ritenendo giusta la sua carcerazione. Altri ancora, i meno attenti, quelli che si trovavano lì per caso o meglio, trascinati a forza dal coniuge, da un parente o da un amico, e il cui interesse per il teatro era pari allo zero, ad un certo punto avevano chiuso gli occhi, per poi riaprirli ad intervalli irregolari ad ogni cambio di tono, perdendo sicuramente più di un passaggio fondamentale della tragedia. A loro non era concesso di addormentarsi, avevano pagato il biglietto, indossato un abito elegante magari acquistato proprio per quell’occasione e avrebbero avuto l’obbligo di rispondere un forse poco sincero, ma convinto “si” alla domanda: “Ti è piaciuto?”. Più difficile sarebbe stato rispondere alla seconda, quella che non avrebbero mai voluto sentirsi chiedere: “E cosa ti è piaciuto di più della rappresentazione?”. Certamente sarebbero andati in crisi, la risposta più diplomatica sarebbe stata: “Tutta, mi è piaciuta tutta”. In realtà avrebbero preferito addormentarsi a casa, comodamente seduti sul divano, in ciabatte, un bicchiere di vino o una tisana ed un programma sportivo o un bel film romantico da guardare alla televisione.
Il bambino rannicchiato sulla poltroncina dell’ultima fila in platea invece poteva dormire. Lui sì che ne aveva il diritto. La volontà di essere lì lo aveva premiato, aveva resistito finché aveva potuto, apprezzando la scenografia, i costumi, osservando gli attori, le loro espressioni, i gesti e ascoltando le loro battute si era ritrovato in un mondo lontanissimo dal suo, distante secoli dalla modernità.
“Piango per la gioia di ritrovarmi ancora nel mio regno. Cara terra, con la mano ti saluto, sebbene i ribelli ti feriscano con gli zoccoli dei loro cavalli” e ancora “O specchio adulatore, simile ai miei signori nel tempo della mia prosperità, tu mi inganni. Era questa faccia, la faccia che ogni giorno teneva sotto il tetto della sua dimora diecimila uomini? La faccia è fragile, come la gloria”. Certamente dialoghi quantomeno impegnativi per un bambino. La rappresentazione andava avanti, il destino del re era segnato ma il bambino non assistette alla sua caduta. Gli occhi gli si chiusero, le voci sempre più confuse e lontane.
Il sonno durò dal secondo atto fino alla conclusione della tragedia.
Sognò.
Molto spesso i sogni non si ricordano, ma quello rimase impresso nella sua memoria, perché fu il sogno della sua vita.
Con un costume da re, era lui a tenere sveglia tutta la platea, nessuno escluso. Con le sue movenze, i suoi gesti, la sua voce attirava ogni sguardo su di sé. Era lui Riccardo II, era lui a trasportare gli spettatori in una dimensione medievale che per un paio d’ore li avrebbe avvolti.
Sognò.
Si dice che i sogni sono desideri e quando al sogno si accompagnano la passione e la volontà il tutto condito dal talento, allora il passo è breve. Sentiva gli sguardi puntati su di sé proprio come quelli dei suoi accusatori. Re Riccardo era stato deposto, arrestato ed ucciso. Il destino del Re era compiuto.
Il sipario si chiuse poi tra gli applausi si riaprì. Re Riccardo era morto ma un brillante attore era appena nato.
Fu quella la sua prima rappresentazione, il suo debutto sulla scena. Tutto iniziò da lì ed ora che il teatro è il suo mondo, ora che il palcoscenico è la sua casa, che le repliche sono il suo pane quotidiano, la Compagnia la sua famiglia e gli applausi l’energia per andare avanti, non dimentica mai, alla fine di ogni spettacolo, quando il trucco è ormai sparito e si ritrova solo davanti allo specchio di un camerino, di quel pomeriggio lontano in cui si nascose rannicchiato su una poltroncina dell’ultima fila per vedere il suo primo spettacolo e finì invece per addormentarsi. Il suo debutto in platea non si poté definire un successo.
Il suo debutto sul palcoscenico si.